Durante la festa della mamma sono molti i piccoli che non hanno potuto dar voce ai propri sentimenti
Era il 1984 quando, Nicola Mernone, diede vita al Corriere del Sud-Ovest Milanese: Un giornale per la gente e della gente; Un giornale in cui TUTTI HANNO VOCE. Chi meglio di quei molteplici bambini che non hanno una famiglia per dar voce a una realtà che vive nell’ombra della nostra società? Durante l’8 maggio, festa della mamma, sono molti i piccoli che non hanno potuto dar voce ai propri sentimenti perché, loro, una mamma non ce l’hanno. Sono quei bambini dal sorriso spento, che vivono tra di noi ma spesso non li vediamo o non ci accorgiamo dei loro problemi. Sono quei bambini che vivono nelle case-famiglia o nelle comunità: La maggior parte di loro sono stati allontanati dalle proprie famiglie di origine perché hanno subito violenze e vivevano situazioni di maltrattamento, grave trascuratezza, abusi, senza protezione benessere né educazione. Questi piccoli devono cominciare fin da subito a scoprire il lato “brutto” della vita: I servizi sociali li prendono in carico e i tribunali decidono di mandarli in queste comunità finché non si riesce a trovare loro una famiglia affidataria, o finché la loro famiglia di origine non superi i problemi, il che succede di rado. In queste comunità psicoeducative, vi sono molti specialisti, psicologi che prendono in carico non solo i minori ma anche le famiglie, laddove sia possibile superare le difficoltà che hanno portato all’allontanamento del bambino. Come ci spiega Francesca Ferri, che si occupa della raccolta fondi dell’associazione CAF ONLUS (una delle molteplici associazioni che aiuta minori e famiglie a Milano): «Dov’è possibile noi ci aspettiamo sempre un rientro, però vuol dire fare un lavoro lungo con le famiglie che sono disponibili a mettersi in gioco, a capire i loro errori e a imparare ad essere “genitori”, davvero. Purtroppo difficilmente capita che la famiglia sia di nuovo in grado».
Ma cosa succede a questi bambini quando non hanno la possibilità di ritornare dalla propria famiglia?
«In caso non si possa, noi abbiamo una equipe affido, da tre anni a questa parte, da quando il comune ha deciso di delegare parte del procedimento dell’affido famigliare alle associazioni private, il che è stato una fortuna, in quanto prima il procedimento del comune rallentava molto le procedure di affido, la burocrazia era più lunga e c’erano meno risorse. Adesso, grazie a questa delega, noi abbiamo la possibilità di fare incontri con le famiglie interessate, selezionarle, e proporre un match con uno dei nostri bambini o di un’altra comunità se fra i nostri non c’è nessuno per un incontro adeguato. Ovviamente la parola finale spetta sempre ai servizi sociali, però ci consentono almeno di velocizzare tutto il resto, dato che i percorsi sono sempre molto lunghi. Poi, la cosa fondamentale è che la nostra equipe conosce i nostri bambini. Dato che la responsabile del servizio affido è anche la pedagogista della nostra comunità, e conosce anche le famiglie affidatarie potenziali, per cui c’è maggior possibilità di successo».
Le equipe seguono le famiglie anche dopo l’affido, come sottolinea Francesca Ferri: «Le famiglie affidatarie non possono essere abbandonate a se stesse, con questi minori i minori la situazione è difficile; trattandosi di bambini comunque traumatizzati, a volte basta solo un gesto, un comportamento della nuova famiglia a far rivivere ai piccoli il ricordo dei traumi subiti…».
Fortunatamente in Italia dal 2006 non esistono più gli orfanotrofi, in questi i minori non venivano seguiti singolarmente, non avevano lo spazio adeguato per ognuno dato che all’interno il numero dei piccoli era sempre troppo. Adesso la legge prevede che ci siano soltanto 10 bambini all’interno di un’unica struttura, per garantire a ciascuno una cura adeguata. Lo stato garantisce per ciascun bambino una retta minima che cambia da comune a comune, ma che non è sufficiente a coprire l’intero costo del minore. Ogni anno queste comunità ricevono anche un minimo contributo dalla regione ma che scende sempre di più. L’affido dunque, sembra essere l’unico modo in cui questi bambini riescono ad uscire dalle comunità che, per quanta cura possano prendersi dei piccoli, non potranno mai sostituire l’amore e le cure di una madre e di una “vera” famiglia. L’adozione in Italia, sembra essere impensabile, le coppie interessate vengono scoraggiate ancor prima di intraprendere il percorso. L’interesse da parte dello stato per questi migliaia di bambini senza famiglia è scarsissimo. Le coppie che non possono avere figli e vogliono adottarne uno devono cercare fuori dall’Italia, perché qui i tempi sono lunghissimi, dato che è l’unico paese in cui l’adozione si trasforma in un vero e proprio processo, dato che, a decidere chi può adottare o meno sono i tribunali. Per non parlare delle spese eccessive che l’interessato deve affrontare, e dei requisiti che devono avere (ad esempio un posto di lavoro fisso, cosa che lo stesso stato non garantisce). Oltre allo scarso interesse ad aggravare la situazione, vi è una grande disorganizzazione di fondo: Dal 2000 esiste una legge che prevede l’istituzione di una banca dati, attualmente però non conosciamo con precisione il numero dei bambini che si trovano in questa situazione. Negli ultimi anni, infatti, si è registrato un calo delle adozioni, nel 2015 sono diminuite del 50% rispetto al 2010; ma del resto, a soffrirne le conseguenze di queste problematiche sono “solo” i bambini che aspettano di avere una famiglia. Nel frattempo però, ogni anno, durante la festa della mamma si legge sui quotidiani di casi come quello dell’anno scorso a Roma, dove in un asilo comunale avevano deciso di abolire questa festività per rispetto dei bambini rimasti orfani: Non sono mancate le proteste da parte dei genitori che, incuranti di queste problematiche, hanno addirittura minacciato di passare alle vie legali. Anche quest’anno non è mancato il solito dibattito, questa volta a Torino all’elementare Coppino, dove questa festa è stata abolita sempre per le stesse ragioni, per tutelare quei piccoli che possono sentirsi a disagio non avendo una mamma a cui indirizzare il proprio lavoretto.
Non è solo lo stato, quindi, a dover fare i conti con la propria coscienza sul tema di questi bambini “figli di nessuno”, ma anche queste persone che non hanno la sensibilità di guardare oltre la propria condizione e capire che esistono anche questi piccoli “orfani” che dipingono il loro sole pieno di luce, un mare, una casetta… sperando di avere anche loro un giorno, l’occasione di poter donare a mani giuste il loro disegno: Dando voce alla loro speranza di poter finalmente dire: «Auguri mamma!».
di Marianne Perez Lopez
