Strauss-Kahn, vittima o carnefice?
Dopo la gogna dell’ex potente, emerge il complotto
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di Cesare Teodori
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In tempi italiani di seconda rivoluzione giudiziaria, quella innegabilmente in corso, che coinvolge con modalità diverse ogni settore della vita nazionale, l’attenzione per qualche giorno è stata rivolta oltre oceano ai media che ci mostravano alla berlina uno dei potenti del pianeta, Dominique Strauss-Kahn, direttore del FMI, Fondo Monetario Internazionale, già Ministro socialista con Mitterand.
Accusato di strupro da una cameriera del Sofitel di New York, dove alloggiava, veniva subito arrestato e messo in prigione.
La fine di una reputazione e di una carriera mentre lui si preparava alla corsa 2012 nella competizione per la Presidenza di Francia con Nicolas Sarkozy. Pochi mesi prima, in una dialogo con la stampa, lui stesso aveva immaginato qualche possibile tranello dove si sentiva più vulnerabile: la sensibilità estrema per il sesso delle donne. E nonostante ciò, eccolo sotto scacco. Le sue ambizioni travolte dallo scandalo, è stato scritto, sembravano condurlo verso l’oblio con ignominia quando il sistema giudiziario americano in pochi giorni, pur dopo averlo arrestato, sapeva ricredersi: il rapporto sessuale era stato consensuale, anzi la cameriera era stata probabilmente pagata per denunciare e rovinare DSK. Sarko che vedeva già tolto di mezzo un temibile avversario, si trovava quanto meno nell’imbarazzo di venire sospettato di avere approfittato della disgrazia del competitor. Al di là del giudizio morale sull’uomo e sulle sue debolezze o, se volete, perversioni, è evidente che si tratta comunque di una vicenda ben diversa da come era stata fatta apparire. In questo senso, è utile riprendere quanto scritto recentemente sul Corriere della Sera da Pierluigi Battista in un articolo, titolato Avvocati Irriducibili e Accusa Garantista: Esempio anche per Noi, che confronta gli Stati Uniti con il nostro Paese.
Secondo l’editorialista, da noi Strauss-Kahn avrebbe avuto molte più difficoltà a ricostruire i lati oscuri di chi lo accusa di un terribile reato… gli inquirenti stessi avrebbero avuto molte remore a riconoscere come hanno fatto i Procuratori americani le innumerevoli falle che hanno reso fragile e vulnerabile l’indagine.
Da noi spesso le ragioni dell’accusa vengono protette con una caparbietà che oltrepassa i limiti dell’accanimento. Come è accaduto con esemplare negatività nel caso Tortora, chi accusa si stringe nel suo guscio investigativo, come in una fortezza inespugnabile, rilanciando con altri indizi quelli precedenti che si sono rivelati controversi.
Non riconosce l’errore, come invece ha fatto con invidiabile sensibilità garantista l’accusa che pure non sembrava ispirata ad un pregiudizio positivo nei confronti del personaggio Strauss-Kahn.
Pur dichiarando che il dovere dei pubblici ministeri è fare ciò che è giusto in ogni caso, senza paura, nel caso il PM Cyrus Vance ha mostrato il coraggio di chi di fronte alle novità emerse da approfondite indagini sa prendere atto, in ciò suffragato dalla efficacia della difesa che in America, e non da noi, ha rango e dignità eguali all’accusa. Se questi principi valessero anche in Italia come cambierebbe la rivoluzione giudiziaria in corso? Molti commentatori convengono che semplicemente ne guadagnerebbe in credibilità e giustizia, senza nulla togliere alla sua durezza.
