Fine delle trans-missioni?
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di Pietro Nunno
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Caro Lettore, non lasciarti ingannare dal fuorviante titolo. Qui le calamità naturali, i pronti interventi, i soccorsi conseguenti a terremoti o sciagure affini non c’entrano. La disgrazia, qui, è di ordine sociale, culturale, mediatico. Ormai è da più di un mese che lo tsunami Marrazzo sta flagellando le famiglie italiane con un incessante bombardamento del circuito comunicativo intorno ai fatti e misfatti di questa torbida vicenda a sfondo trans-sessuale, “arricchitasi” nel frattempo di misteriosi omicidi e sparizioni, il tutto contornato dall’immancabile traffico di stupefacenti. La questione privata di uno sventurato e debole uomo pubblico ha lasciato spazio all’emersione di un fenomeno che si riteneva colorito e goliardico, una simpatica parentesi del nostro vivere quotidiano. Dal silenzio assoluto intorno a questo ambiguo mondo siamo passati all’incessante visione di questi stravaganti personaggi che, a qualsiasi ora del giorno e della notte e per qualsiasi genere di platea televisiva, ci raccontano della propria travagliata identità sessuale e sociale. Diritto di cronaca, certo. Ma domandiamoci che tipo di servizio pubblico, di natura statale o privata che sia, si fornisce nel momento in cui a qualunque cittadino, di qualsiasi generazione, viene continuamente proposto questo prototipo di sessualità. L’induzione alla morbosa curiosità nei confronti di questo “mercato” e ai suoi prodotti, cavalcata senza scrupoli da tutti i mezzi di comunicazione, non ne accrescerà per caso il numero di consumatori, alimentando, di fatto, i profitti delle malavitose organizzazioni che ne gestiscono gli affari? Sembra di assistere ad un gigantesco spot, un lancio d’offerta di un nuovo e sensazionale prodotto finora di nicchia, il cui acquisto da parte dei fruitori finali è da compiere al più presto. Cultura della contemporaneità. Tutti, grandi e piccini, devono sapere che cos’è un transgender, avendo cura di comprendere i tormentati stati d’animo di queste così sensibili persone in grado di fare tanto bene agli sconsolati uomini del Belpaese, frustrati da una femminilità sociale sempre più aggressiva e cinica. Transessuali, persone in transito sessuale, che sentono di essere donne in un corpo che per metà (quella geneticamente più rilevante) invece li connota ancora come uomini. Dei veri e propri minotauri della modernità. Poco importa se questi cittadini extracomunitari (brasiliani, argentini, thailandesi ecc.) spesso non abbiano regolare permesso di soggiorno e siano alle organiche dipendenze di comunità criminali che, oltre allo sfruttamento della prostituzione (di strada o casa è indifferente), non disdegnano la parallela attività di spaccio di sostanze stupefacenti.
Eccoci, tutti davanti alla TV a vedere, scrutare, osservare questi elaborati congegni umani della chirurgia ergersi a servizievoli consolatori e moralizzatori della nostra società allo sbando di valori di riferimento. Loro, gli attraenti irregolari, gli sfruttati-sfruttatori, ospiti nei più prestigiosi salotti televisivi italiani a disquisire circa la propria missione da assistenti sessual-sociali del maschio italiano (medio e mediocre) in crisi di identità. Dall’altra parte dello schermo tutta la gamma statistica della società: uomini, donne, bambini, adolescenti, giovani, anziani ecc. Tutti puntualmente informati nei dettagli tecnici delle operazioni, chirurgiche e non. Basta! La missione pedagogica del mezzo televisivo, recentemente affermata, deve porsi come obbiettivo primario la sana formazione morale, culturale e sociale delle generazioni costituenti la platea audiovisiva, che è tale sia in termini potenziali (tutti i cittadini muniti di TV) che volontari (tutti i cittadini che stanno guardando quel preciso programma).
Al tele(a)spettatore va offerta una TV di qualità nello stesso modo in cui è fatto obbligo morale renderci tutti partecipi di una società di qualità, in grado di far crescere intellettualmente ed eticamente la nostra coscienza individuale e collettiva. I valori fondanti della nostra società civile, dall’affermazione della famiglia tradizionale alle radici cristiane dell’Europa, sono oramai calpestati da modelli deviati e devianti che, in nome del Dio Auditel o di qualunque altro Dio, tendono ad imporre la propria supremazia, televisiva e sociale. Tutto questo è possibile solo grazie all’estrema debolezza fisica, psicologica e spirituale dell’odierno Uomo Occidentale, troppo proteso al materialismo economico per comprendere la propria autodistruzione. Io penso di comprare quel corpo-prodotto-beneficio e invece è quel corpo-azienda-profitto che acquista me. Una domenica a pranzo, mia figlia Chiara (sei anni e mezzo), vedendo scorrere le immagini di un servizio televisivo in merito ai fatti marrazziani, ha udito l’autore riferirsi ai protagonisti transessuali della vicenda in termini di soggetti femminili. Con tutto lo stupore e la spontaneità dei suoi anni si è rivolta verso i presenti domandandosi incredula: «Lei? Lui!». Qualche secondo di ilarità e, immediatamente dopo, la triste constatazione del degrado informativo dei nostri tempi. Non c’è alcuna protezione nei confronti dei minori e della loro crescita, come non ce n’è a sufficienza nei confronti degli adolescenti per indurli ad intrattenere rapporti sessuali protetti. La missione educativa deve tornare ad essere il caposaldo della società, respingendo ai tanti e immorali mittenti il tentativo di alimentare il disordine sociale. La televisione, come la scuola e la famiglia, è soggetto deputato alla (in)formazione e, come tale, deve necessariamente tornare ad essere espressione di una ritrovata identità valoriale e culturale.
