Facciamo Filosofia con…“Braccialetti Rossi” GRUPPO BR

 

Ci sono davvero molti modi per far filosofia: quale scegliere questa volta?“Watanka”: che grande opportunità deriva da questa strana parola; un grido di gioia, di speranza, di dolore, di rabbia, senza significato in apparenza, ma pieno di un nuovo senso per chi decide di crederci. E noi, tutti noi ci abbiamo creduto e abbiamo fatto il tifo per i nostri personaggi preferiti; abbiamo pianto, abbiamo riso, abbiamo riflettuto, ci siamo arricchiti, ci siamo stupiti, ci siamo arrabbiati nei confronti di dolori che ci appaiono privi di significato, abbiamo ritrovato la speranza e siamo sconfinati nel mistero. Abbiamo fatto filosofia insomma: ci siamo soffermati a pensare, a conoscere forse un briciolo in più di noi stessi, siamo rimasti a volte senza parole, ma con tante domande, pieni di dubbi. Certezze? Molto poche: forse qualche pallido tentativo di risposta. Senza accorgercene siamo cambiati. E tutto questo è accaduto stando seduti davanti ad una fiction, una storia inventata, abitata da personaggi romanzati, un intreccio di situazioni create su un set, un annodarsi di emozioni e sentimenti; un ospedale che non è posizionato in un luogo ben preciso, ma è in tutti i luoghi, una piscina che è ingresso e uscita del nostro vivere, l’esplosione di gioiosa vitalità nata da difficili situazioni di sofferenza che prende il nome di “ Braccialetti Rossi”.

Come si è visto non servono effetti speciali per colpire, abbiamo solo bisogno che qualcuno abbia ancora il coraggio di parlare di amore, quello vero però, quell’amore che fa da intarsio a tutto ciò che viviamo, ma di cui troppe volte dubitiamo. Ci limitiamo a frapporlo tra quei piccoli buchi di spazio che troviamo nel nostro egoismo, lasciandolo lì, a nutrirsi solo di se stesso, mentre noi continuiamo a vivere. E invece in questo sceneggiato accade un miracolo; tutto è costruito su quell’amore che si esprime in diverse forme, ma che ha un unico denominatore: l’Amore per la Vita. Dallo sguardo perso, ma sereno di una mamma con un figlio in coma, agli occhi di ghiaccio di un medico che non può permettersi di far vedere che anche lei “ sente”, per arrivare a 6 paia di occhi che esprimono forza, voglia di dire “io non ho finito”, in un dolore che non si chiude in se stesso, ma che aprendosi alla sofferenza altrui sembra già essere sulla via della guarigione.

Anche la morte viene vista come un atto d’amore: perfino un amico che muore può arrivare a rappresentare “una perdita che diventa conquista”, perché ognuno trova il coraggio di vivere anche per l’amico che non c’è più. Non c’è più o c’è ancora? Il regista Giacomo Campiotti è magistrale nel fondare tutta la storia su questa ambivalenza: finalmente un lavoro che considera l’Uomo non solo come un pezzo di mondo, ma come Altro. A questo “Altro” non occorre dare un nome, non ce n’è bisogno, perché ognuno percepisce un Qualcosa, ma in modo diverso, nel particolare modo che serve a lui per ricredersi, per darsi un senso, nuovi obiettivi, per migliorarsi.

Non tutti possono essere “ sensitivi” come Tony che comunque è anche il furbo del gruppo ( il regista lascia alla nostra sensibilità la decisione di credere o meno), né altruisti come Vale, che antepone l’amicizia, infinita energia che tutto può, al di sopra di tutto; non sempre avere dentro tutta la rabbia di Leo ci fa bene: “ruggire” come un leone a volte rischia di far perdere importanti opportunità e non basta lasciarsi sconvolgere da un progetto più grande di noi come fa Cris, dobbiamo imparare ad agire ( si parla infatti solo di predestinazione e non di predeterminazione: è solo l’azione volontaria che porta al verificarsi dell’evento). Ognuno di noi, come i protagonisti della nostra storia, ha un modo diverso per affrontare la vita, una “ visione del mondo “unica e irripetibile”; nessuno conosce quale sia davvero la strada giusta: la dobbiamo cercare insieme; alcuni penseranno, non mi affanno, è meglio “aspettare” come faceva Rocco, il ragazzino in coma da  mesi a causa di un incidente in piscina.

Per un po’ può funzionare, ma ad un certo punto della vita occorre scegliere: ecco un’altra tematica squisitamente filosofica; la scelta è il momento più difficile, ma è parte “imprescindibile” dell’amore, quel prendersi responsabilità che ci rende uomini, la scelta di agire, piuttosto che stare solo alla finestra e dipendere dagli altri. Rocco alla fine si sveglia, ma per farlo ha bisogno di sconfiggere le sue paure, cioè quei legacci che ci frenano, che non ci permettono di vivere serenamente; con un forte atto di volontà letteralmente “risalta” nella vita, con quel coraggio che solo chi ha provato tanta paura può avere; ha visto il buio, si è reso conto davvero di che regalo sia la possibilità del Vivere e sceglie la luce. Il bambino però per riuscirci ha anche bisogno dell’affetto di tutti i componenti del gruppo e del consiglio di una persona molto più grande di lui ( quella saggezza che viene dall’esperienza), perché viaggiare da soli fa sicuramente più paura. Un profondo e martellante pungolo al pensiero nascosto dietro ad un velo di piacevolezza; un boom di ascolti e successo meritato: perché pensare è bello, lo sappiamo tutti ed è proprio questo che ci rende esseri umani; perché non serve una bella testa per pensare, ma pensando si arriva ad avere una bella testa. Un invito rivolto a tutti quindi. Occorre solo trovare i modi giusti per farlo e questa volta la televisione italiana ci è riuscita, regalandoci un’opportunità unica di vivere concretamente la nostra possibilità di far filosofia.

 

Di Beatrice Ventacoli